il nepente in letteratura

Il Nepente, Cannonau di Oliena, non è solo uno dei vini che produciamo, ma è anche un nome misterioso e magico che ispira suggestioni speciali sin dall’antichità.

La parola Nepente deriva dal greco Ne=non, e Penthos=tristezza; potrebbe dunque tradursi in NESSUNA TRISTEZZA.

Tutta colpa di Omero, il poeta, nel IV libro dell’ Odissea, usa infatti questo termine per indicare la bevanda corroborante che Elena di Troia serbava caramente per il marito Menelao, re di Sparta, per dirimere la sua tristezza; inoltre lo fece servire per Telemaco, giunto a corte afflitto e stanco in cerca di notizie del padre Ulisse non ancora tornato in patria:

Il Nepente già  infuso, e a’ servi imposto
Versar dall’urne nelle tazze il vino
                                                     (Trad. di Ippolito Pindemonte)

E in altri brani la cita o sottintende come una bevanda medicamentosa, anodina, usata dai soldati per rimedio contro le ferite. Quasi un narcotico. O un anestetico.

Erodoto, nel libro II delle Storie, parla del Nepente della Valle del Nilo e molti studiosi hanno ritenuto doversi trattare di uno stupefacente, forse un oppiaceo.

Poco tempo dopo Plinio il Vecchio, studiando nello "Excursus" del Libro XXIV il Nepente di cui riferiva Omero, si interrogava su quale fosse la pianta corrispondente, concludendo doversi trattare di una misteriosa pianta egizia il cui infuso donava serenità  e qualcosa di più:

Hoc nomine vocatur herba quae vino injecta hilaritatem inducit
(Con questo nome [Nepente] è chiamata un’erba che messa nel vino induce allegria)

Leggendo Omero e Plinio, botanici ed altri studiosi successivi sino all’Ottocento inoltrato non sapevano decidere se si parlasse di centaura minore, di buglossa, di atropa mandragora o del thè verde cinese. E fecero altre congetture.

Nel XVII secolo Pietro Della Valle, nel suo "Viaggi in Turchia, Persia ed India descritti da lui medesimo in 54 lettere famigliari" (1650), suppose che il Nepente altro non fosse che il caphue, il caffè, che aggiunto al vino avrebbe dato gli effetti di cui narra Omero. La teoria ricevette un autorevole avallo immediatamente (Francesco Redi) e nel secolo successivo, quando fu  recepita nella Encyclopaedie di Diderot e D’Alembert forse a causa di una noticina scappata ad Erodoto, il quale aveva sussurrato che l’uso del Nepente Elena l’avesse appreso in Egitto, circostanza risultata in Francia assai persuasiva.


Samuel Hahnemann, nel 1825, affermava invece con sicurezza trattarsi di oppio, e più o meno lo stesso  veniva sostenuto Johann Joachim Winckelmann solo 5 anni dopo, seppure con minor determinazione.

Il Nepente è però davvero anche una pianta, anzi un genere di piante carnivore: Nepenthes.
Linneo la definì entusiasticamente:

Si elle n’est pas la Nèpente d’Hélène, elle le sera certainement de tous les botanistes
(Se questa non è il Nepente di Elena [di Troia], sarà certamente [il nepente] di tutti i botanici)

E si chiedeva infatti quale botanico non l’avrebbe avuta per "narcotico", incontrandola in qualcuna delle sue erborizzazioni, emozionandosi all'incontro e presto dimenticando le fatiche sostenute per incontrarla.

Di quanto Gabriele D’Annunzio ha saputo cantare a proposito del vino di Oliena vale la pena aggiungere che sempre nel 1909 cimentatosi nel melodramma usciva la sua "Fedra", una tragedia in tre atti per la musica di Ildebrando da Parma la cui protagonista incontrando un pirata fenicio gli domanda:

 

Rechi il farmaco d’Egitto, il Nepente che dà l’oblio dei mali?

 

Ancora dunque era diffuso all'inizio del Novecento il significato magico dell’antichità.

 

Per questo il Vate, dopo la sua visita ad Oliena (1882), aveva chiamato con questa parola il Cannonau che qui si produce, e questo nome restò ad indicare il nostro vino.

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